Virus 71
Venerdì 09 Luglio 2010 06:47
Scritto da Cristina Origone
COME TI RICICLO L’EX – Una presentazione di “Virus 71†di Chiara Daino
«I’ve had so many men in my life
that I think the FBI should come to me
when they want to compare fingerprints»
[Mae West]
Progetto di Arte che sposa l’Ecologia. E l’Amico le chiese: «hai materiale da riciclare?». E la Dama rispose: «una schiera di ex!». E l’Amico precisò: «materiale inorganico!». E la Dama confermò: «una schiera di ex!».
Così rampollò – Virus 71 – raccolto e rilegato per un sano approccio che consenta un ancor più sano: riciclaggio. And Dama laughs. E più che un sorriso è una smorfia [napoletana! E 71 è l'Ommo 'e Merda e se il letame è letame, non solo si ricicla, ma si rivaluta: nel materiale organico che concima – un terreno acido e un testo fertile].
E si traveste da poeta per coprire un’attività meno losca di quella del poeta: convertire in bellezza. Potere che la parola può. La catastrofe: capovolge. E non sempre è un male. Ribaltare una situazione, a volte, è riuscire a sconvolgere l’ordine prestabilito: è l’umana comoedia. È quel materiale umano/disumano/inumano che diventa: materia scrittoria. E chi non nasconde il *cadavere squisito* di almeno un ex, di almeno una ex? Quando poi ne hai armadi pieni e letti invasi, cassetti obesi e ricordi decisi: perché non cantare di tutti gli *amori scortesi*?
E per la prefazione di Ottonieri, e dalla prefazione di Ottonieri: «Una bocca che si offre, dalla bocca alla faringe, come macchina da guerra. Risonante cassa, macchina di risonanza. Nella pronunzia frontale. Rullo compressore del verbo, e parole a rincorrersi nel peso ferreo d'una velocità multiversa (lingua che scorre a multiple velocità salendo la corrente delle salive i suoi sali secreti); ingranaggio di sillabe in furia nel moto della deglutizione. È questa la fortezza verbale (irta purezza virale) di Daino, il velluto rovente ruvido di Daino, poesia armata contro se stessa (contro contro ogni inganno che il decoro della parola è in grado di operare) - anti/poesia in purezza strappata coi denti brano a brano, a bruciare il suo tempo: e centimetro su centimetro a conquistare spazi, a saturare ogni spazio, costi quel che costi, in cumuli d'anniluce. E se il costo è monta di marea se è il magma che travolge il discorso (fattosi carico del coacervo dei discorsi) nel diramarsi metastatico dei sensi del Senso, se è ribollìo se è lava che trascina le ispide arborescenze dal dire disseminate lungo i pendìi, allora significa che qui è l'unico costo possibile, o forse anzi, che è il costo necessario. […] Nella purità virale, che è solamente sua, l'Arco di Daino resta solo a popolare il linguaggio in numerose parti, quando le pareti crollano e l'alter, il maschio (per antonomasia, settantuno: l'ommemmerda delle carte della cabbalà sudista), si squaglia flaccido senza più frecce nel pallore d'un ultimo fuoco irredimibilmente affetto; e si sgonfia sconcertato in un talamo di accenti aguzzi come spine. E lei diretta e sola, nel centro aperto della scena, come un'armata che si sia data il compito (effetto Matrix) d'affrontare il deserto delle tenebre, per illuminarlo della lucentezza delle sue corazze di titanio, delle sue spade da jedi reduce da un pianeta esploso. E metallo allora come là mina vibrante, teso Arco a rimandare onde sensibili di Suono; una carne flessibile di schegge, ad ammassarsi in velocità di luce, strato su strato per erigere un muro elastico di Suono, un vibrare acuminato di cristalli, in tensione sull'assordante frastuono del Nulla.
(Poesia, a rigori, incommentabile (almeno da fuori) questa di Chiara, perché diritta/diretta – come lama, tagliente lama tempestata di pietre - estroflessa autoanalitica testimoniale provvista di corazze d'impossibile autocommento…)
Mastica-e-sputa, non potrà che essere (anoressia pantagruelica) il suggello di questa cannibalesca difesa dall'universo svuotamento. – Che è poi nulla di meno che desertificazione definitiva della Carne.- In elfica leggerezza di Daino, è il colpo estremo di glottide, tirato per non lasciarsi soffocare dalla monta irreversibile del male: quel che pure bisogna risalire (sa bene Daino) per ritrovare, contaminati e incorrotti, il bandolo d'una qualsiasi salvazione. – Salvazione nella vita del linguaggio; salvazione del medesimo linguaggio, da assimilare tutto intero e molteplicemente in ogni piega, per via di discipline estreme tutte ancora e sempre da inventare […]».
E se nell’inventare si radica la radice prima, quella etimologica, la nuova essenza che raggiunge: è un istanza, è la coerenza di chi *rifiuta*! Qualsiasi etica sociale: non le appartiene. Le dicotomie in atto [e in atto coercitivo] sono solo catene. La libertà è scelta e si sceglie da sola – la scala di condotta: evita qualsiasi etichetta! Perché chi abita l’ossimoro dell’ossimoro: è chi non ha paura. Di essere. Il glifo del segno, la tensione degli opposti e, tra Circe e Calcutta, continua: nel bene e nel male che si vive per come si sente – l’attributo «mia». Musica, maestro! Ti ho detto mai di quella Armonia che è figlia di Ares e Afrodite? Pensate pure come la società vi impone – lei se la ride, soffiando via il brutto in bellissime bolle di sapone…
una presentazione di
â€Virus 71â€
di Chiara Daino
Prefazione:
Tommaso Ottonieri
Collana:
Yakamoz
ISBN:
978-88-6104-049-6
Pagine:
128
Formato:
cm 12x16,5
Veste editoriale:
Cucito e brossurato
Data di uscita:
17 Maggio 2010
Prezzo:
€ 10,00
«When I'm good, I'm very good.
But when I'm bad I'm better»
[Mae West]
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“VIRUS 71†di Chiara Daino
Recensione di Daniele Assereto
Il passato torna sempre.
È questo che insegnano i libri di storia, anche se sono oramai un ricordo sopito nella memoria di anni perduti dietro uno squallido banco scolastico. È a questo che la memoria e lo studio dovrebbero mirare, quando si decide di dedicare l'esistenza al miglioramento di noi stessi. È questo che alcuni temono più della falce che sappiamo presto o tardi cadrà dal cielo privandoci di tutte le piccole certezze quotidiane. Il passato torna sempre. C'è chi lo evita, chi lo teme, chi lo sa affrontare, chi ne ride con disprezzo, chi lo ignora fino a quell'istante in cui sarà troppo tardi per tornare indietro. C'è chi alza le spalle nella convinzione di poter crescere anche senza imparare, quando invece decresce fino a quella retta orizzontale il cui limite ultimo è la dissolvenza eterna. C'è chi lo ammira al punto tale da impedire al proprio corpo di andare avanti, oramai perso nelle illusioni che quello che è passato non ritornerà e nella convinzione che i magici momenti svaniti sono il massimo a cui potrà mai giungere. C'è chi lo patisce, chi lo vorrebbe dimenticare, chi lo chiama amico e assolutore.
E poi c'è chi al passato dedica un libro.
Prendete una persona che vi ha segnato nel profondo, e confinatela in una pagina bianca. Prendete una persona che vi ha lasciato cicatrici indelebili, che non svaniranno come per incanto al sorgere della luna nuova. Prendete una persona che si colma talmente di boria per il solo essere stata, e iniziate a sillabarla. Lettera dopo lettera, frase dopo frase, le parole andranno a comporre versi che cadranno come incudini su quel passato che non si può e non si deve cancellare, su quel passato che torna sempre ma che ha avuto il solo fine di renderci quello che siamo adesso, e che quindi al suo comparire nuovamente non si troverà di fronte il medesimo carattere di qualche anno fa. Non guarderà negli occhi il piacere di un ricordo, ma il dolore di una sconfitta, il panico di un tempo perfetto che ha oramai cessato di esistere.
Ogni parola scritta su quelle pagine bianche, oramai divenute a colori grazie alla sofferenza e al sangue che trasudano, ogni parola avrà allo stesso tempo lo scopo di redimere e di accusare, di perdonare e di maledire, avrà lo scopo semplicemente di raccontare. Raccontare quello che è stato, raccontare ogni singola goccia di sofferenza svanita, raccontare la merda che. La merda che come un virus è dilagata e ha cercato di contaminare, la merda che come un morbo ha provato a rilassarsi su corpi e coscienze. La merda che è ovunque, in ciascuno di noi, anche quando non ce ne rendiamo conto e ci assolviamo dai nostri più intimi peccati. Ogni parola scritta su quelle pagine bianche avrà le fattezze di una poesia il cui destinatario è soltanto una sigla nelle sabbie del tempo perverso, una sigla che sigilla il mai più al ben più fragile caso. Ogni parola scritta su quelle pagine bianche non sarà altro che un modo per ricordarci ancora, e sempre, quello a cui siamo sopravvissuti, quello che ci ha resi più resistenti, quello che non possiamo ringraziare per tutti i marchi nella carne che ci accompagneranno per sempre.
Il passato torna sempre. E Chiara Daino l'ha attaccato al muro.
Daniele Assereto
http://www.pazuzu.it/