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Editoriale

Computer, professionisti e ladri di informazioni a Genova

I fatti sono ormai noti e non v’è chi non abbia avuto modo di approfondire sulle pagine dei quotidiani di questi giorni la vicenda del noto avvocato genovese, forse oggetto di attenzioni da parte di un ex membro del Sismi, la cui missiva privata, indirizzata al primo cittadino della città, è stata divulgata da anonimi a mezzo Internet.
La questione su cui oggi vorrei focalizzare l’attenzione dei lettori concerne tuttavia un aspetto trascurato, quello delle implicazioni giuridiche dell’accesso abusivo a un sistema informatico o telematico altrui, al fine di carpirne informazioni riservate, o, addirittura in questo caso, corrispondenza privata, facendo seguire a tale condotta la diffusione a mezzo Internet, e da qui la pubblicazione su un quotidiano.
Il nostro ordinamento, fin dal 1993 prevede l’art. 615-ter del codice penale, rubricato proprio “accesso abusivo a sistema informatico o telematicoâ€. Si tratta di una disposizione di estrema rilevanza nell’economia della disciplina informatica, ma di scarsissima applicazione.
Vale a dire che di norma, chi subisce un attacco di questo genere, non denuncia l’accaduto e pertanto non approda alle aule giudiziarie.
Le motivazioni di tale comportamento sono le più varie, ma la ragione ultima consiste nel “pudore†a denunciare di essere stato vittima di un crimine a così elevato impatto, anche emotivo. Cosa significa infatti avere i propri archivi informatici violati? Si pensi a imprese che operino con il pubblico o a professionisti, depositari di informazioni riservate dei propri clienti. Avere i sistemi informatici e telematici violati significa anzitutto ammettere implicitamente la vulnerabilità dei propri sistemi. È pertanto una carta che viene giocata con molta parsimonia quando si ritenga l’unica strada percorribile.
Troppo spesso trascuriamo i nostri strumenti digitali, considerandoli talvolta giocattoli avanzati, talaltra fedeli compagni di lavoro, ma dedicando, alla loro manutenzione in termini di sicurezza, scarsissima attenzione. Eppure facciamo revisionare la nostra auto, facciamo controllare l’apparato frenante, il motore, e le gomme. Sembrerà strano, ma esistono luoghi di lavoro dove agli strumenti elettronici viene dedicato all’anno meno tempo di quello che serve per far controllare la propria vettura.
Il semplice fatto che vi sia del traffico tra la propria rete interna e Internet rende automaticamente il sistema vulnerabile ai tentativi di accesso abusivo nella rete da parte degli aggressori. Ogni settimana vengono scoperte nuove vulnerabilità e ci sono ben pochi metodi per difendersi da chi porta attacchi sfruttando una vulnerabilità non ancora nota, ma molto può essere fatto per evitare intrusioni non autorizzate. Per capire l’importanza dell’adozione delle misure di sicurezza basterà ricordare come il nostro legislatore in più punti si sia espresso per la loro rilevanza. L’art. 615-ter c.p. punisce infatti chiunque si introduca abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da “misure di sicurezzaâ€: predisporre allora misure che consentano l’accesso solo a chi è autorizzato è sufficiente per classificare ogni comportamento diretto a violarle o eluderle come delittuoso, anche se poi a seguito di questo non vi sia una reale incursione. Non può invece essere considerato reato l’accesso a un sistema non protetto. La mancata adozione delle misure di sicurezza si concretizza quindi in una scriminante del delitto di cui all’art. 615-ter c.p. Ma non è tutto.
Chi infatti risulta essere stato vittima di un accesso abusivo potrebbe addirittura incorrere egli stesso nelle pesanti sanzioni previste dal d. lgs. 196/2003 (Codice Privacy) per la mancata adozione delle misure minime di sicurezza. Tale norma peraltro, configura altresì un’altra ipotesi di illecito nei confronti di chi non adotti non solo le misure di sicurezza informatiche, ma anche quelle, per così dire, “analogicheâ€, tradizionali. E così la disciplina in materia di tutela dei dati personali, applicabile a imprese, studi professionali e pubbliche amministrazioni, impone anche l’obbligo di distruggere i documenti così da renderli illeggibili, siano essi cartacei, siano essi su supporti digitali. Alla fine della giornata di lavoro, se vi sono persone che possono accedere al di fuori del consueto orario, andrebbero poi chiusi in archivi i materiali oggetto di lavoro contenenti informazioni riservate, e via così.
Naturalmente tutto quanto sopra detto dovrebbe essere ormai entrato nel comune uso e da parte degli utilizzatori di sistemi informatici, ma dal punto di vista divulgativo ancora molto resta da fare.


di Elena Bassoli

TEATRO CARLO FELICE: E' ORA DI TOGLIERSI LO SMOKING E INDOSSARE I JEANS

carlo_feliceE' difficile da prevedere se il grande Teatro Carlo Felice ce la farà a risalire la china, di certo il fondo è stato toccato e da molto tempo. Oggi tutti si ergono a salvatori con qualche (improbabile) ricetta. Ma non è questo, il modo per rilanciare e far produrre un teatro di queste dimensioni.

DONNE E POLITICA

IL VALORE AGGIUNTO DELL'ALTRA META' DEL CIELO

La definizione di “Angelo del focolare†risultava essere molto gratificante perché tracciava una immagine tutt’altro che dispregiativa della donna
tantotempo fa. Donne protagoniste in casa, in cucina con manicaretti che forse oggi vengono sempre più spesso sostituiti dai “quattro salti in padella Findusâ€.

I figli, la cura della casa, abiti fatti a mano, copriletti fatti all’ uncinetto, il rito del bucato, la cura dell’orto e non dimentichiamolo del marito a cui spettava il compito primario di portare a casa un reddito per mantenere la numerosa prole. Nei tempi i figli che oggi vengono quasi considerati un disturbo al menage giornaliero, erano la ricchezza e le famiglie anche le più povere erano allietate da intere nidiate di pargoletti. Vita semplice ed essenziale, che si è tramandata di generazione senza problemi, ma come tutte le cose del resto questo è iniziato ad essere un abito troppo stretto, che alla donna non stava più bene  addosso. I tempi mutano e qualcosa si inizia ad intravedere, le prime timide voglie di fare qualcosa di diverso e l’angelo del focolare diventa una casalinga frustrata. Non che le donne non fossero mai state protagoniste di altro,  ma erano una piccola minoranza, qualche attrice, qualche lavoretto qua e la ma dietro la porta di casa c’era voglia di fare altro, molto molto di più,  c’era un mondo intero che aspettava là fuori. Figure di spicco come Cristina di Belgiojoso, Carmelita Manara, Bianca Milesi, Jessie White Mario, Anita Garibaldi avevano svolto ruoli non indifferenti nella costituzione dell’Unità d’Italia. Ma non dimentichiamo che la miseria e l’analfabetismo che
affliggevano la popolazione soprattutto nelle campagne pesavano in misura pari o addirittura superiore sulle donne. Escluse in maggioranza dall’istruzione
–
la cultura era ancora prerogativa di pochi –, vittime spesso e volentieri di rapporti familiari spesso oppressivi e costrette a lavori di fatica. La strada per la conquista
femminile del diritto di voto non fu facile. Uno dei più vistosi fattori di diseguaglianza che il Regno d’Italia ereditò dalla precedente legislazione sabauda era il principio dell’incapacità giuridica della donna, cui era connessa la cosiddetta tutela maritale.Spettava al marito farsi parte attiva al posto delle consorti per adempiere alle funzioni, in nome e per conto delle stesse.Intanto negli ambienti intellettuali stava maturando una coscienza sempre più viva della necessità di promuovere un ampio ventaglio di iniziative per il miglioramento della condizione delle donne. Si distinsero in questo impegno figure come – a Milano – Laura Solera Mantegazza e più tardi Ersilia Bronzini Majno, che diedero impulso ad attività a sostegno della maternità, per la diffusione dell’istruzione femminile e la lotta allaProstituzione.
Nel 1878 nasce a Milano la Lega promotrice  degli interessi femminili, nella quale si raccolsero maestre, giornaliste, scrittrici e le prime dirigenti operaie. Alcuni importanti risultati furono ottenuti nel 1890, quando per legge fu consentito alle donne l’ingresso nei Consigli di amministrazione delle Congregazioni di carità e nelle altre istituzioni pubbliche di beneficenza. Fin dal suo esordio, cui seguì rapidamente la diffusione in varie altre città d’Italia, l’Unione, che nel 1905
assunse la denominazione di Unione femminile nazionale, si batté per un programma rivolto alla tutela delle lavoratrici e all’affermazione del valore
della maternità, impegnandosi su vari fronti come la lotta contro la regolamentazione statale della prostituzione, per la creazione di strutture assistenziali e formative e il diritto di voto. Tra le altre forme di intervento è da segnalare il sostegno alla creazione dell’Asilo Mariuccia, promosso dalla Majno in ricordo della figlia morta in giovane
 età nel 1901, istituzione che raccoglieva ragazze di disagiate condizioni
economiche, vittime dell’indigenza e di violenze familiari, e le sottraeva a
un
probabile destino di prostituzione. Costretta dopo l’affermazione del
fascismo
a ridurre la sua attività e formalmente sciolta nel 1938, l’Unione femminile
si
sarebbe ricostituita nel 1948, continuando fino ad oggi a sviluppare un
intervento a più livelli riconducibili a unaduplice finalità: l’appoggio
alle
strutture volte a soddisfare i bisogni delle donne sul territorio e la
promozione di una cultura attenta ai contributi del mondo femminile e alla
sua
storia. L’ingresso sulla scena nazionale di un partito di massacome il
Partito
socialista, fondato nel 1892, e le nuove realtà del lavoro, ed in
particolare
del lavoro femminile, stavano intanto contribuendo a modificare le cose:
alla
questione dei diritti politici si affiancò con crescente urgenza la
rivendicazione di riconoscimentiper
 le lavoratrici. Negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale
–
mentre un decreto del 1938 arrivò a fissare al 10% la quota massima di
presenza
della componente femminile negli impieghi pubblici e privati – la politica
del
fascismo nei confronti della donna si caratterizzò sempre di più per lo
sforzo
di trasformare l’impegno familiare in un terreno di mobilitazione
collettiva,
attraverso il superamento della sfera puramente “privataâ€. Ai ruoli
tradizionali di “spose e madri esemplari†si cercò di sovrapporre l’immagine
di
donne pronte al sacrificio, inquadrate nelle organizzazioni del regime e
chiamate ai nuovi compiti che quest’ultimo affidava loro nella vita della
nazione. Tale prospettiva si presentava come alternativa rispetto al
rivendicazionismo e al suffragismo dei decenni precedenti, indicati dalla
propaganda come espressione di un desiderio di esasperata affermazione
individuale da parte di minoranze
 privilegiate e “borghesiâ€, lontane dai bisogni e dai sentimenti della
maggioranza della popolazione. Il trauma della guerra in cui l’Italia entrò
nel
1940, con il suo corollario di perdite di vite umane, devastazioni e ferite
inferte nelle strutture materiali e nel tessuto sociale del Paese, comportò
prezzi altissimi anche per le donne. Costrette per la lontananza degli uomini
a
fronteggiare spesso da sole situazioni estremamente critiche, in città che
la
“guerra totale†stava trasformando in cumuli di macerie, alle prese con
problemi di sopravvivenza quotidiana, esse mostrarono doti di dedizione e
di
tenacia che contribuirono non poco a porre un argine ai disastri bellici e
a
gettare le basi della ricostruzione. Un capitolo di particolare rilievo è
quello della presenza di donne talvolta giovanissime nelle file della
Resistenza. Nel movimento partigiano sia in città che in montagna una rete
di
donne garantì infatti servizi essenziali,
 Un momento importante nel corso del conflitto si ebbe nel novembre 1943,
quando si costituirono i Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai
combattenti della libertà (GDD), che ai problemi della lotta di Liberazione
affiancarono temi più specificamente legati alla condizione femminile. Nel
settembre del 1944 nacque ufficialmente a Roma l’Unione delle Donne
Italiane
(UDI), che si proponeva di raccogliere donne che già avevano fatto parte
dei
Gruppi femminili di assistenza ai combattenti della liberazione, dei Gruppi
di
difesa della donna e dei Gruppi femminili antifascisti. L’UDI fu dunque la
risposta del PCI all’esigenza di creare un’organizzazione femminile di
massa.
Gli obiettivi che si proponeva riguardavano, innanzi tutto, la
partecipazione
attiva alla vita sociale e politica del Paese, l’iscrizione delle donne ai
sindacati, un’articolata opera di assistenza nell’ambito della
ricostruzione,
ma anche conferenze su problemi
 riguardanti le madri e i bambini e la promozione di corsi scolastici di
base. In concomitanza con la nascita dell’Unione delle Donne Italiane, nel
1944
ebbe origine un altro grande movimentofemminile, il Centro Italiano
Femminile
(CIF), che faceva capo all’Azione Cattolica e rispondeva, come nel caso
dell’
UDI, a necessità di rifondazione morale e materiale e di assistenza. Il CIF
si
proponeva di conquistare le masse femminili alla propria causa, educandole
alla
politica, ma anche aiutandole a migliorare le loro condizioni materiali di
vita. Alla nascita di questa organizzazione aveva contribuito anche
Giovanni
Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana e
futuro
papa Paolo VI, che aveva intenzione di fare del CIF un punto d’incontro tra
un
nascente movimento politico femminile e l’associazionismo cattolico più
tradizionale che vedeva ancora con difficoltà un impegno politico attivo.
Un’
importante svolta al
 riguardo venne annunciata nel 1945 dallo stesso papa Pio XII. In Italia
le
donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto a partire dalle
elezioni
amministrative che si tennero in tutta la Penisola fra marzo e aprile 1946.
Il
2 giugno dello stesso anno si recarono di nuovo alle urne per il referendum
monarchia-repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente  Il 2 giugno
1946,
su 556 membri totali vennero elette 21 donne all’Assemblea Costituente. La
DC,
che aveva ottenuto il 35,2% dei voti e 207 costituenti, aveva fra i suoi
rappresentanti 9 donne. Il PSIUP aveva il 20,7%, 115 seggi e 2 donne. Il
PCI
ottenne il 19% dei consensi, 104 costituenti e fra di essi 9 donne. 40
seggi
andarono a vari gruppi moderati, 30 seggi al Partito dell’Uomo Qualunque,
di
cui uno assegnato a una donna. 23 seggi furono assegnati ai repubblicani e 7
al
Partito d’Azione: fra le loro fila nessuna donna. Le ventuno costituenti
appartenevano prevalentemente alla
 classe media. Tredici erano laureate, soprattutto in materie umanistiche;
c’
erano poi un’impiegata e una casalinga; due delle comuniste erano state
operaie. Avevano nel complesso una buona cultura e provenivano, per la
maggior
parte dal Centro-Nord del Paese, dove lo sviluppo economico era stato più
precoce e dove si era vissuta la Resistenza. La parità tra uomini e donne è
affermata in particolare negli articoli 3, 29, 31, 37, 48 e 51 della
Costituzione italiana.Art. 3Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e
sono
eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di
religione, di opinionipolitiche, di condizioni personali e sociali. È
compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando difatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica,
 economica e sociale del Paese.Art. 29 La Repubblica riconosce i diritti
della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio
è
ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti
stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare. Art. 31 La
Repubblica
agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della
famiglia
el’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie
numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli
istituti necessari a tale scopo. Art. 37 La donna lavoratrice ha gli stessi
diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al
lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della
sua
essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una
speciale
adeguata protezione.La legge stabilisce il limite minimo di età per il
lavoro
salariato.La Repubblica tutela il lavoro
 dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro,
il
diritto alla parità di retribuzione.Art. 48Sono elettori tutti i cittadini,
uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed
eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Il diritto di
voto
non può essere limitato se nonper incapacità civile o per effetto di
sentenza
penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge. 
Art.
51Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli
uffici
pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i
requisiti stabiliti dalla legge.La legge può, per l’ammissione ai pubblici
uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non
appartenenti alla Repubblica.Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive
ha
diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare
il
suo posto dilavoro. La
 Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianzaformale fra i
sessi,
ma la conquista dei diritti civili si intrecciava da parte delle donne con
la
percezione, che divenne via via più nitida negli anni Sessanta e Settanta,
di
aver raggiunto diritti non completi, di avere di fronte consuetudini sociali
e
culturali che ancora non riconoscevano loro una reale parità. Dalla fine
degli
anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai
movimenti
giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato,
modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori
consistenti della popolazione femminile,soprattutto nelle grandi città, l’
adesione alla mobilitazione del ’68 significò in molti casi una forma di
iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un
modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a
quel
momento erano state scarsamente recepite
 a livello istituzionale.Gli anni Settanta furono il periodo in assoluto
più
importante per il movimento femminista italiano, che dovette fronteggiare
sia
la crisi del Paese, sia una difficile modernizzazione. Questi anni, grazie
anche e, forse, soprattutto, alle battaglie condotte dalle donne, segnarono
importanti vittorie civili, sociali e culturali. In Italia, dal dopoguerra
ad
oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è infatti lentamente
ma
radicalmente modificata. Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino:
1948Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31, 37, 48 e 51
sanciscono la parità tra uomini e donne. Angela Maria Cingolani Guidi è la
prima donna sottosegretario(Industria e commercio con delega all’
artigianato).
1950Varata la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica
delle
lavoratrici madri».1956Le donne possono accedere alle giurie popolari col
limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà
 in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili. Le funzioni riconosciute
alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro
intervento
viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti,
«più
che con l’applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la
conoscenza del fanciullo che è proprio della donna». 1958La legge Merlin
chiude
definitivamente le case di tolleranza: legge 20 febbraio 1958, n. 75,
«Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo
sfruttamento della prostituzione altrui».1959Viene istituito il Corpo di
polizia femminile.1963Il matrimonio non è più ammesso come causa di
licenziamento: legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle
lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950,
n.
860». Marisa Cinciari Rodano è eletta vicepresidente della Camera. Le donne
sono ammesse alla magistratura: legge 9 febbraio 1963,
 n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni».Un
ulteriore passo avanti nell’effettiva attuazione dell’art. 51 della
Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza
distinzione di carriere né limitazioni di grado.1968L’adulterio femminile non
è
più considerato reato. L’art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie
adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è
punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità
di
trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con
due
sentenze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l’articolo
sul
diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile e quello analogo
del
Codice penale.1970Viene approvata la legge sul divorzio: legge 1° dicembre
1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio». L’
introduzione del divorzio in Italia era
 stata collegata alla questione del voto alle donne. In sede costituente,
il
PCI, per una scelta di fondo sfociata nell’approvazione dell’art. 7, non
aveva
sollevato la questione. La Commissione dei 75 avrebbe voluto includere l’
indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma,
dopo
un’aspra battaglia in aula, la parola «indissolubile » non era stata
inserita,
bocciata con un esiguo marginedi voti. Nel 1965, il socialista Loris
Fortuna
avanzò la prima proposta di legge, sulle orme del collega Renato Sansone,
che
negli anni Cinquanta aveva proposto a più riprese e senza successo una legge
di
«piccolo divorzio», per i casi estremi di ergastolani, malati di mente,
scomparsi, divorziati all’estero.Dopo l’approvazione della nuova normativa,
nel
1974 sarebbe stato indetto un referendum abrogativo, ma in seguito alla
vittoria del fronte del NO col 59% dei votila legge sarebbe rimasta in
vigore.
1971La Corte
 costituzionale cancella l’articolo del Codice civile che punisce la
propaganda di anticoncezionali. Dall’inizio degli anni Sessanta la pillola
contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la
Chiesa
condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò,
tuttavia,
a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo
mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un’aspra battaglia, abrogò
l’
art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo
contraccettivoe puniva i trasgressori col carcere. Viene approvata la legge
sulle lavoratrici madri: legge 30 dicembre 1971, n. 1204, «Tutela delle
lavoratrici madri». Sono istituiti gli asili nido comunali: legge 6
dicembre
1971, n. 1044, «Piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali
con
il concorso dello Stato».1975Riforma del diritto di famiglia: legge 19
maggio
1975, n. 151, «Riforma del diritto di
 famiglia». Fino a questa riforma, il peso dell’educazione dei figli
gravava,
di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento
giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo
esercizio toccava al padre, secondo l’art. 316 del Codice civile. Col nuovo
diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che
hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria
potestà.1976Per la prima volta una donna, Tina Anselmi, viene nominata
ministro
(Lavoro e previdenza sociale).1977È riconosciuta la parità di trattamento
tra
donne e uomini nel campo del lavoro: legge 9 dicembre 1977, n. 903, «Parità
fra
uomini e donne in materia di lavoro».1978Viene approvata la legge sull’
aborto.
Nel 1974 i radicali avevano iniziato una campagna per un referendum al fine
di
abrogare le norme che penalizzavanol’aborto. Gli articoli dal 546 al 551
del
Codice penale stabilivano,
 infatti, che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita
con
la reclusione dauno a quattro anni (ma, se l’aborto era effettuato per
“salvare
l’onoreâ€, era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà
della
pena). Dopo l’approvazione della legge, un referendum abrogativo del maggio
del
1981 non avrebbe avuto successo.1979Nilde Jotti è la prima donna presidente
della Camera.1981Il motivo d’onore non è più attenuante nell’omicidio del
coniugeinfedele.1983La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri
e
madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.1984Presso la
Presidenza
del Consiglio dei Ministri è costituita la Commissione nazionale per la
realizzazione delle pari opportunità, presieduta da Elena Marinucci.1986La
commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma
azioni
positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e
retribuzioni
femminili. 1989Le
 donne sono ammesse alla magistratura militare.1991Legge 10 aprile 1991,
n.
125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel
lavoro».
La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuoverele
discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella
società. Purtroppo, è ancora poco applicata.1992Legge, 25 febbraio 1992, n.
215, «Azioni positive per l’imprenditorialità femminile».La legge sull’
imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60%
da
donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese
individuali.1993Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 per la prima volta
vengono
introdotte le “quote rosa†in merito alle elezioni dei rappresentanti degli
enti locali. Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i
candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in
misura
superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei
 posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le
elezioni nazionali,viene introdotta l’alternativa obbligatoria di uomini e
donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera
dei
deputati.Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata
con
la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito
che,
in materia elettorale,debba trovare applicazione solo il principio di
uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre
riferimenti al sesso dei rappresentanti, anchese formulata in modo neutro,
sia
in contrasto con tale principio.1996La legge 15 febbraio 1996, n. 66,
«Norme
contro la violenza sessuale», punisce lo stupro come delitto contro la
persona
e non contro la morale come in precedenza.Il governo nomina un ministro per
le
pari opportunità, Anna Finocchiaro.2000Legge 8 marzo 2000, n. 53,
«Disposizioni
per il sostegno della maternità e della
 paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il
coordinamento
dei tempi delle città». Sia il padre che la madre possono chiedere l’
aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino.
La
cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva
prerogativa delle madri.2003Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1,
«Modifica dell’art. 51 della Costituzione». L’art. 51 della Costituzione
(«Tutti i cittadini dell’uno o dell’altrosesso possono accedere agli uffici
pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i
requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, conl’aggiunta: «A tale
fine
la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra
donne
e uomini».  2004La legge sulle elezioni dei membri del Parlamento europeo
introduce una norma in materia di “pari opportunitàâ€: legge 8 aprile 2004,
n.
90, «Norme in materia di elezioni
 dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad
elezioni
da svolgersi nell’anno 2004». L’art. 3 prescrive che le liste
circoscrizionali,
aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno
dei
due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei
candidati.Nonostante i passi avanti compiuti in molti campi, le donne
italiane
attivamente presenti nella vita politica sono ancora una percentuale
ridotta,
come dimostra il prospetto qui riportato, con il numero assoluto delle
elette
nei due rami del Parlamento e le percentuali sul totale dei deputati e
senatori:  Costituente - 1946 (556 membri) 21 (3,7%)Legislatura Camera
Senato
(630 membri) (315 membri)I Legislatura - 1948 45 (7,1%) 4 (1,2%)II
Legislatura
- 1953 33 (5,2%) 1 (0,3%)III Legislatura - 1958 25 (3,9%) 3 (0,9%)IV
Legislatura - 1963 29 (4,6%) 6 (1,9%)V Legislatura - 1968 18 (2,8%) 11 (3,4%)
VI
Legislatura - 1972 25 (3,9%) 6 (1,9%)VII
 Legislatura - 1976 53 (8,4%) 11 (3,4%)VIII Legislatura - 1979 55 (8,7%)
13
(4,1%)IX Legislatura - 1983 49 (7,7%) 15 (4,7%)X Legislatura - 1987 81
(12,8%)
21 (6,6%)XI Legislatura - 1992 51 (5,4%) 30 (9,5%)XII Legislatura - 1994 91
(14,4%) 29 (9,2%)XIII Legislatura - 1996 69 (10,9%) 22 (6,9%)XIV Legislatura
-
2001 71 (11,2%) 25 (7,9%)XV Legislatura - 2006 108 (17,1%) 42 (13,3%) La
prima
introduzione delle cosiddette “quote rosaâ€, cioè di un certo numero di
posti
riservati alle donne nelle liste elettorali, risale al 1993, provvedimento
in
seguito abrogato, nel 1995, da una sentenza della Corte Costituzionale. Nel
2003 è stato modificato l’articolo 51 della Costituzione, per promuovere le
pari opportunità fra uomini e donne. La legge dell’aprile 2004 ha
reintrodotto
le “quote rosa†nell’elezione dei membri del Parlamento europeo. Nonostante
ciò
non esiste ancora, in Italia, una legge che garantisca una reale uguaglianza
 rappresentativa.Dopo un acceso dibattito alla Camera, nell’ottobre 2005,
in
sede di discussione sulla nuova legge elettorale, l’emendamento che
chiedeva
una maggior rappresentanza delle donne in Parlamento è stato bocciato. Il
18
novembre 2005 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge
sulla
presenza femminile nelle liste elettorali; esso prevede un’alternanza di
candidati uomini e donne per la prima e la seconda elezione dopo l’entrata
in
vigore della legge. Ma il decreto è stato bocciato dal Senato il 24 gennaio
2006, ed è dovuto tornare in Commissione Affari Costituzionali. Infine nel
febbraio 2006 le “quote rosa†sono state approvatedal Senato. Dopo un giorno
e
mezzo di polemiche, accuse e contraccuse, la legge che dovrebbe portare più
donne in politica è passata con 229 sì, 4 no e 19 astensioni. Si tratta
tuttavia di una “mezza vittoriaâ€, dal momento che l’approvazione è avvenuta
a
fine legislatura, il che
 ha reso concretamente impossibile la conversione in legge del
provvedimento,
in tempo per essere applicato alle elezioni politiche dell’aprile 2006.L’8
marzo 2006, l’Eurispes (Istituto di Studi Politici Economici e Sociali) ha
voluto dedicare una riflessione alla condizione della donna, impegnata tra
il
moltiplicarsi dei ruoli che la società richiede e la necessità di
districarsi
all’interno di situazioni sempre più complesse: uno sguardo sulla
situazione
lavorativa e sulla percezione delle proprie condizioni economiche, ma anche
sui
valori fondamentali e sui cambiamenti del rapporto uomo-donna, attraverso
un’
analisi mirata dei dati utilizzati nella stesura del Rapporto Italia 2006.
La
ricerca ha evidenziato  come il ruolo e la condizione della donna oggi in
Italia presentino il rischio di una pericolosa involuzione culturale,
sociale
ed economica. In particolare, lo studio evidenzia come il tasso di
occupazione
femminile in Italia sia pari
 al 45,1%, un dato che è il più basso dell’Unione a 15 (in Danimarca è al
72,8%, in Svezia al 71,6%, in Germania al 60,2%, in Francia al 57,8%, in
Spagna
al 48,4%). Il dato è significativo di quantopotenziale economico e
produttivo
il nostro Paese disperde a causa della bassa partecipazione femminile al
mercato del lavoro. Anche sul piano culturale, le rilevazioni effettuate
dall’
Eurispes mostrano la persistenza di vecchie incrostazioni e luoghi comuni:
pensiamo, solo per fare un esempio, a quel 40% di uomini che ritiene che la
cura della casa sia soprattutto compito della donna. In materia di spesa
pubblica per la famiglia, la casa e l’esclusione sociale, l’Italia si
colloca
al penultimo posto della graduatoria europea, cui dedica appena l’1,1% del
Pil,
contro una media della UE a 15 pari al 3,4%. Peraltro la classe politica
continua ad essere insensibile ai numerosi mutamenti intervenuti nella
società
italiana e nel mercato del lavoro.
 Oltre alla insufficienza strutturale delle risorse finanziarie destinate
alla famiglia (per assegni familiari, assegni di maternità, sostegno alle
giovani coppie per l’acquisto della prima casa, ecc.), finiscono con il
rimanere escluse da tali benefici le coppie di fatto (quasi 700.000 secondo
le
stime Eurispes), mentre le lavoratrici atipiche non possono fruire, per
esempio, dei congedi parentali o, il più delle volte, si vedono
corrispondere
delle risibili indennità di maternità, perché non sono riuscite a cumulare
durante la loro vita lavorativa contributi previdenziali sufficienti. Qual’
è
dunque il valore aggiunto della donna in politica? la donna è riuscita a
dimostrare la sua parità nei confronti dell’uomo, è riuscita  a servirsi
dei
suoi diritti e compiere con amore, con zelo e con retti criteri i suoi
doveri.
La donna si è persuasa che in lei non vi è alcuna inferiorità naturale.
Soltanto i vieti sistemi di educazione ne
 avevano fatto un essere debole e passivo, o eroicamente devoto, o
scientemente capriccioso e frivolo, dannoso alla sua stessa causa ed a
quella
di tutta l’umanità. Una riforma si è imposta  ed è nata dalle stesse donne.
I
pochi uomini che si sono occupati delle loro condizioni giuridiche ed
economiche hanno avuto talvolta parole di incoraggiamento per loro; ma non
potevano né volevano fare di più forse per riuscire a mantenere una flebile
equidistanza e conservare ancora la fama di “sesso forte†lasciando alla
donna
quella di “sesso deboleâ€. Era giusto così perché soltanto alle donne doveva
spettare l’onore di essere fautrici della loro stessa libertà.ma essi non
possono né vogliono fare di più. La storia ci ha saputo dimostrare come
ogni
piccolo passo compiuto, ogni piccola conquista è stata ottenuta col concorso
di
elementi scontati come la naturale facoltà intuitiva ed assimilatrice che è
sorgente inesauribile di
 osservazioni, di confronti e di riflessioni, attenta a tutto, senza che
nulla sfuggisse a dimostrazione che falsamente sembrava disinteressata
formandosi, con un disincanto interesse solo per le questioni proprie di
donna,
moglie e madre. Invece era vero il contrario perché forse la sensibilità ed
il
discernimento, la dolcezza e la pazienza delle donne sono il valore
aggiunto,
come quando si dice ancora oggi “solo una donna poteva arrivarci, solo lei
poteva capirci o ancora che le donne sono tremende e col loro sesto senso
arrivano oltreâ€. La parità dei sessi è ancora lontana e forse non ci sarà
mai,
la strada è lunga e non priva di ostacoli ma alla donna resta sempre e
comunque
il dono più grande che il buon Dio poteva donarle, essere l’artefice della
vita, sembra scontato ma non lo è perché un pizzico di onnipotenza
appartiene
anche a loro quando hanno la fortuna di poter vivere la gioia di una
maternità
e mettere al mondo un uomo. 

>-di Sabina Dall'Aglio

ENRICO MUSSO HA GIA' OTTENUTO L'INVESTITURA DI BERLUSCONI


 Enrico Musso legge i quotidiani e sorride. "Il Giornale" continua a fargli la guerra. L'articolo di Fabrizio Graffione sulla convention di Oltremare,è stato presentato con questo titolo:"Enrico Musso non si smentiscfe mai.Anzi sempre":E nell'occhiello gli è stata attribuita tra virgolette questa frase"Il partito delle zoccole": Siccome sono i titoli che rimangono nella memoria delle persone si può pensare che il senatore genovese del Pdl abbia definito così il partito nel quale milita. Mentre anche al "Corriere della sera" aveva spiegato che intendeva riferirsi alla D'Addario e alle altre escort ingaggiate dal faccendiere di Bari per rallegrare le feste di Palazzo Grazioli,non certo alle colleghe del Parlamento,tutte brave ed efficienti (oltrechè belle). Ed è chiaro che ora si cerca di strumentalizzare tutto quello che dice,un po' come fanno i media con Berlusconi. E dopo l'articolo del "Corriere" dove gli si attribuiva l'intenzione di far cambiare lo stile di vita a Berlusconi,Musso ha dovuto precisare:"L'articolo riporta le mie posizioni in modo pressochè opposto alle dichiarazioni rese alla giornalista.A reiterate domande sul fatto se,con tali affermazioni (sulle zoccole del Pdl) intendessi riferirmi a Berlusconi,ho risposto che il mio è un discorso generale.Le mie affermazioni non erano incentrate sul tema delle donne e Berlusconi".
 Berlusconi ha capito.Anche a lui capita quello che è capitato a Musso...
 
OLTREMARE FARA' DA TRAINO
 
 Chi ha sparato a zero su di lui, spera che Enrico Musso si bruci con le sue dichiarazioni,che spesso sono un po' incaute per chi vuole fare il politico (dove in genere si è portati a dire il contrario di quello che si pensa). Ma il senatore dopo il colloquio a tu per tu con Berlusconi a Roma è apparso ancora più sicuro di sè. Il "Corriere mercantile" ha spiegato: "Enrico Musso ha deciso di restare,almeno per ora,nel Pdl,dopo l'incontro di Berlusconi all'inizio di questa settimana.Il senatore ha motivato la sua decisione con la volontà di fare un ultimo tentativo per vedere se il Pdl può cambiare. Ma più d'uno ipotizza che Berlusconi gli abbia prospettato un futuro politico più interessante per lui nel Pdl".
 Se permettete,è quello che "Qui Genova" ha scritto subito dopo la cena dei senatori e naturalmente sulla base di notizie riservate.
 
L'ESEMPIO DI EMANUELE BASSO
 
 Musso ha dichiarato alla Convention che la lista civica che Emanuele Basso vuole fare in consiglio comunale potrebbe benissimo chiamarsi Oltremare e anzi ha sottolineato che tra i fondatori di Oltremare ci sono ben cinque consiglieri comunali. E come ha spiegato l'avvocato Basso il gruppo Oltremare il Comune vuole essere l'embrione dell'Oltremare lista civica per le Comunali 2012.
 Però lo stesso Musso, dopo un'accurata analisi, aveva detto che con la sola lista civica non si possono vincere le elezioni. Oltremare può essere solo un valore aggiunto,una lista in grado di prendere i voti di chi non voterebbe mai per il Pdl. Quindi per scalzare Marta Vincenzi da Palazzo Tursi occorrono due forze_
-il Pdl
-Oltremare.
 E se Enrico Musso,nonostante il boicottaggio ligure,rinuncia alle ferie per ascoltare i suoi elettori, se rimane a Genova per programmare il futuro della Fondazione Oltremare,significa che ha avuto assicurazioni da Silvio Berlusconi che il candidato sindaco di Genova sarà lui. Altrimenti anche Musso,con il Senato chiuso per ferie, sarebbe partito per le Maldive. Quelli che strillano contro di lui,non l'hanno ancora capoto

IL PULPITO DEI "BRUTI"

regione_lig_1La vicenda del Senatore, ex candidato sindaco con fondazioni  varie al seguito, forse deciso a lasciare il partito, fino a qualche giorno fa, poi oggi (titolano i giornali) con un ripensamento rapido, rientrato nelle fila con la "conditio sine qua non" che non vi siano.... zoccole e scandali .. fa riflettere. Non per la sua simultaneità, ma per le prese di posizione locali del suo stesso partito. Infatti è di oggi la nota negativa dei suoi Regionali, che prendono posizione e chiedono chiarimenti al Senatore.

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