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POLITICA

Pace Israele-Palestina, i nemici sono in casa

Con quale stato d’animo ci poniamo di fronte alla ripresa dei negoziati in Medio Oriente? Tutti speriamo che le parti condividano quella soluzione a parole voluta da tutti, ma ancora irrealizzata e riassunta nella formulaâ€due popoli, due statiâ€. Ma un’analisi più marcatamente politica di questo ennesimo “viaggio della speranza†dei leaders israeliano e palestinese, evidenzia come purtroppo il copione resti invariato. Infatti, sia l’ospite, una Washington che ha appena iniziato il ritiro dall’Iraq alla fine di una martoriata stagione di impegno militare che ne ha vanificato molte delle simpatie in quell’area, sia i protagonisti, cioè i capi ufficiali dei due governi, sono sempre gli stessi ed anche la metodologia è invariata. Sembra più la riedizione di un copione già sperimentato, ma che non ha portato i risultati sperati, piuttosto che un nuovo modello di relazioni capace di segnare discontinuità con ciò che in passato non ha funzionato. Si tratta di un momento molto complesso per la politica mediorientale in generale e di riflesso per quella europea, che risente delle inevitabili tensioni crescenti nel Mediterraneo. E sotto quest’aspetto, una lettura disincantata della fase iniziale di questi colloqui sembra far emergere uno scenario nel quale la contesa non è fra i protagonisti seduti a Washington, ma fra loro ed i loro antagonisti rimasti a casa, rispettivamente a Gaza e negli insediamenti dei Coloni Ultraortodossi. Paradossalmente, la distanza fra Netanyahu ed Abu Mazen, è minore rispetto a quella esistente fra il Premier israeliano ed i suoi partner di governo che spingono per lo stop al congelamento degli insediamenti dei coloni, e di quella fra quello palestinese, che governa in Cisgiordania, ma non ha il controllo del territorio a Gaza. Ecco perché il fantasma degli antagonisti interni, Ultraortodossi da una parte ed Hamas dall’altra, pesa come un macigno sulle fragili spalle di un negoziato, l’ennesimo, che dopo ben sessantadue anni di conflitto cerca di riavvicinare le parti. I negoziati sono sempre difficili, e forse quelli fra israeliani e palestinesi, sono i più complessi della storia recente, ma certamente è curioso notare come i mediatori americani abbiano deciso di spostare verso il basso l’asticella, favorendo un approccio iniziale molto soft che punta alla condivisione di alcuni obiettivi che potremmo definire ragionevolmente accessibili. Questo però non è sinonimo di un cambiamento effettivo dello stato di cose in quella terra devastata da decenni di conflitti e da una crisi umana degradante. E i due negoziatori capi, Ythzak Molcho per Tel Aviv e Saeb Erekat per Ramallah, ne sono ben coscienti, tanto è vero che si preparano ad affrontare ogni singolo passaggio negoziale anche alla luce dei rispettivi equilibri di politica interna. A questo proposito fa discutere la proposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa, che ha proposto (a titolo personale) la divisione di Gerusalemme. Questo segna l’irruzione di un nuovo fronte antagonista nel campo israeliano, in questo caso virtuoso, posto che va nel senso di quanto auspicato dalla comunità internazionale e di quanto sentono anche molti israeliani, coscienti del fatto che senza una soluzione condivisa della questione di Gerusalemme, nessun negoziato potrà portare ad una pace stabile. Ora ci si attende che anche da parte palestinese qualche autorevole personalità accetti l’idea di discuterne, superando il veto sulla indivisibilità di quella che è considerata da entrambi i contendenti come la propria capitale (ma che tutti portiamo nel cuore per la sua universalità), posto durante i negoziati di Oslo da Arafat. Insomma, nonostante la vibrante sferzata riservata dal tandem Obama Clinton alle parti in causa, come sempre toccherà a Netanyahu ed Abu Mazen raccogliere le energie migliori delle loro società intorno ad un ragionevole compromesso che porti alla pacificazione di un’area che potenzialmente è fra le più prospere del Mediterraneo. Ed in questo senso è bene che entrambi maturino la convinzione che i tempi sono cambiati e che la causa palestinese, od ebraica che sia, ha perso quell’allure mistica che per anni ha ispirato molti a sostenere le parti dell’uno o dell’altro. Il disincanto con il quale la Casa Bianca affronta questo ennesimo negoziato, così come l’analogo, crescente distacco della Lega Araba, e l’inerzia inevitabile della UE che non riesce nemmeno lei ad avvicinare le parti, sono tutti sintomi dell’emergere di una nuova epoca, in cui questa drammatica contesa rischia di non essere più percepita come la più importante, ma di essere derubricata fra quelle minori. E chissà, forse questo potrebbe essere un bene, in ogni caso tutte le parti in causa impegnate a Washington sanno che le difficoltà maggiori stanno proprio nella capacità di convincere i propri rispettivi antagonisti a casa, piuttosto che gli agguerriti negoziatori che in queste ore si trovano di fronte.

Dove sta la "REMORA"...???

E’ sempre molto complesso e difficile argomentare in materia di  economia,lavoro,
materia sindacale,molte volte  si trascurano aspetti importantissimi ,non si conoscono leggi e regolamenti,non si è aggiornati su tuttio e tutti gli aspetti del problema.
Vi chiedo scusa in anticipo.
Cerco solo di parlare di una questione di buon senso  sollevata già da altri ma ancora del tutto aperta.
La crisi economica  ha ancora in atto.
Alcuni settori però sono stati coinvolti più di altri sia in maniera  congiunturale sia in maniera strutturale.
In maniera congiunturale se si prevede che la crisi prima o dopo finirà (si spera)
In maniera strutturale se si prevede che lo sviluppo di quel settore specifico difficilmente potrà recuperare.
Perché?
Cambiano i gusti cambiano i costumi e questo ha certamente  una valenza enorme
Cambiano le realtà socio-politiche  del mondo e ciò che si produceva vantaggiosamente in un posto oggi non è più cosi.
La globalizzazione, il costo del lavoro ,una attenta politica di incentivi svolta  da un paese meglio  di un altro sono fattori di cambiamento  definibili “leciti†ma non sono i soli perché altri fattori “illeciti†spesso si associano  quali lo sfruttamento minorili,ritmi impossibile, fattori “illecitiâ€ma esistenti.
Ebbene se la realtà è questa la domanda semplice che pongo è questa:
Ha una logica continua a sostenere ed aiutare i settori in crisi strutturale?
Facciamo un esempio:
Il settore dell’acciaio è in crisi strutturale.
Perché?
Pel la concorrenza di altri materiale? Si e non solo
Per la competitività dei paesi emergenti?Si e non solo
Per la vicinanza alle materie prime? Si e non solo
Per il fabbisogno energetico che richiede? Si e non solo
Per gli investimenti che comporta ?Si e non solo
Per  problemi di inquinamento? Si e non solo.
Ammettiamo che per queste ragioni si preveda che il settore sia in crisi strutturale forte.
Ha un significato la Cassa Integrazione per questo settore?
Non sarebbe invece più utile cercare di dirottare le forze lavoro verso altri settori in fase di sviluppo?
Anzichè una Cassa Integrazione  “tel quel†che garantisce al lavoratore solo un x% del suo stipendio,che spesso volentieri  fa scattare lavoroâ€nero†alternativo e compensativo
delle minori entrate ,ripeto anzichè questa  forma di sussidio  prevedere  un aiuto alle imprese  che  operano in settori in crescita,che intendono specializzare nuovi addetti.
L’incentivo alle imprese potrebbe essere pari al costo della Cassa Integrazione.E' molto.
L’impresa dovrà sostenere solo il costo differenziale.
Non pensate che l’economia  ne trarrebbe un beneficio? lo stesso per il lavoratore?
Non pensate che tutto questo ammodernerebbe un sistema  di “welfare†che in questo campo e troppo vecchio?
Qualcuno  mi dice che la remora  sta nel “sindacatoâ€?
Qualcuno mi dice che la remora sta nei lavoratori…specialmente se anziani?
Qualcuno mi dice che la remora sta nell’egoismo delle imprese?
Qualcuno mi dice che la remora sta nell’incapacità della classe poltica?
Secondo Voi dove sta la “remora�
Proviamoci
Beppe Damasio

Africa, un'opportunità per l'UE

La visita in Italia di Gheddafi lascia in eredità due provocazioni che sottendono a due grandi sfide per il Vecchio Continente: il rischio di progressiva islamizzazione dell’Europa e l’invasione degli africani che la trasformerebbe in un «continente nero» (parole sue). Mentre sul primo aspetto temo che il vero rischio che corre l’Europa sia quello di una progressiva ed irreversibile secolarizzazione, credo che il secondo rappresenti invece un’opportunità per aggiornare nel merito il nostro pensiero.
È giusto cominciare ad interrogarci sul tipo di rapporti che l’intera Europa intende instaurare con il continente africano. Per troppo tempo ha prevalso l’atteggiamento di sufficienza paternalistica di chi sa di avere un parente da accudire, ma che non crede nella sua capacità di crescere e di farsi autonomo. O viceversa, ci si è concentrati nella progressiva attività di spoliazione sistematica delle sue risorse, direttamente fin quando si è potuto ed indirettamente attraverso compiacenti élite locali corrotte.
Ora è tempo di osservare i cambiamenti intervenuti in questo ultimo decennio, di verificare l’effettiva capacità di sviluppo autonoma di molti dei suoi Stati, addirittura in controtendenza in termini di crescita  rispetto alla crisi economica corrente, di capire come e perché altri Stati potenzialmente fiorenti sono ancora costretti a veder appassire le proprie popolazioni sotto il giogo della fame e della mancanza cronica di infrastrutture di base ed infine interrogarsi sui pericoli reali per le nostre democrazie rappresentati da Stati fantasma come la Somalia. Ne emergerebbe un quadro complesso, certo, ma sul quale è indispensabile cominciare a lavorare per cercare di assicurare all’Europa le straordinarie ricchezze di un continente il cui potenziale è ancora ben lungi dall’essere compreso e sviluppato appieno. E fra le risorse più importanti è da includere pure la popolazione: quasi un miliardo di persone che assicurano, con la loro giovanissima età media, un serbatoio di forze vitali non ancora corrotte dal virus del consumismo e che quindi possono essere conquistate alla causa di un capitalismo dal volto umano, come quello espresso dalla maggior parte degli Stati europei.
È un percorso lungo e costoso questo, ma è anche l’unica opportunità di approvvigionamento per le nostre economie di quelle risorse di cui hanno crescente bisogno per alimentare la loro crescita ed anche la più ragionevole per regolare i flussi migratori che, pur con i limiti tipici di ogni processo storico nelle sue fasi iniziali, cominciano a segnare una curiosa inversione di tendenza. Sempre più europei sono attratti dall’Africa infatti, non più solo per svernarvi da pensionati, ma anche per investire nelle promettenti economie locali: contestualmente le immigrazioni clandestine dalle coste africane hanno segnato una flessione consistente. Ed è curioso osservare come questo sia avvenuto certo per effetto dell’inasprimento delle normative e del rafforzamento dei pattugliamenti, ma anche perché è maturata la consapevolezza in molti dei trafficanti che le mete agognate non erano più le città europee, ma quelle orientali ed arabe. Questi nuovi sviluppi ci offrono l’opportunità di elaborare una strategia di avvicinamento fra Europa ed Africa, non più però solo basata sulle negoziazioni dei singoli Stati, ma frutto di una visione collegiale dell’UE, che per altro dispone anche delle risorse economiche e dell’autorevolezza politica per sostenerla. Non farlo avrebbe due conseguenze nefaste per noi, la prima economica, la seconda politico-religiosa. Significherebbe infatti consegnare del tutto il continente africano alle mire espansionistiche della rapace economia cinese che esporta laggiù il peggior sistema capitalistico possibile, alimentato dalla mancanza di diritti e dalla sola visione speculativa di breve periodo.
E questo ritarderebbe l’affermazione di quell’equilibrio sociale necessario alla progressiva stabilizzazione di molti Stati già vicini all’emancipazione. Non meno pericoloso, poi, è il progressivo dilagare delle forme di Islam più radicalizzato, wahabita e militante, vero e proprio focolaio di tensione per il mondo intero, che laggiù cresce violento a discapito delle millenarie esperienze cristiane. Senza una visione integrata del futuro tra Africa ed Europa, quindi, rimarrebbe pericolosamente viva l’instabilità che caratterizza ancora alcune aree strategiche, a tutto svantaggio proprio di noi europei, che in questa difficile epoca dobbiamo riscrivere le linee guida del nostro futuro.

Alessandro Leto

Il "pastrocchio" di Enrico Musso secondo Momento Liberale

Caro Enrico,

im molte occasioni condivido le Tue analisi politiche  fatte con semplicità e chiarezza.
Ricordo sempre quando hai citato  i tre settori “meno  in crisi del momento†quali  tecnologie avanzate,logistica e turismo  che pur avendo a Genova profonde radici e possibilità di sviluppo  non hanno assolutamente decollato.
Perché?
Perché la classe dirigente  pubblica e privata ha fatto troppo poco?
Forse ma non basta.
Qualcuno a Genova “rema controâ€.
Forse non l’hai detto apertamente ma credo che il dubbio esista veramente.
Cito questo esempio di chiarezza politica  non per criticare ma solo per  dire che quando vuoi essere chiaro ne sei capace.
Sul Gaber-Battiato e altri cantastorie ....  non ti vengo dietro.
Mettere al primo posto l’individuo non è di destra ,non è di sinistra,non è di centro ma è semplicemente “liberaleâ€
Mettere al centro non politico,ma al centro  della umanità  l’individuo i suoi valori ,la sua libertà e farne discendere  una società basata sul merito,sull’eguaglianza dei punti di partenza,il rispetto dei doveri  da cui discende lo “stato†di diritto e non vicersa, la concorrenza e il libero mercato…….e ancora meglio  per spiegare la “culturaâ€liberale.
Cultura liberale che riconosce grandi meriti alla sinistra  quando questa ha svolto il ruolo che doveva  e deve svolgere  per  moderare un “liberalismo†eccessivo  e intransigente che in qualche occasione  fatica a modernizzarsi.
Lo Stato ci deve essere e deve essere forte  e dare i giusti indirizzi e  correggere  errori.
Altro che uno Stato azzerato,il contrario.
Anche questo è sempre “liberale†e non di sinistra.
Parli di procedure trasparenti,parli di questione morale  in primo piano,parli di sincerità’.
D’accordissimo forse solo le cose  più importanti.
In questo campo non centra più la destra ,la sinistra.il centro o i liberali ma solo e semplicemente  la “moralità†e “l’onesta†valori un po’ desueti in politica non credi.
Come potrebbero essere valori di riferimento nel “berlusconismo†degli ultimi tempi.
Come potrebbero essere valori di riferimento quando altri meriti e altri valori quali la ricchezza,la furbizia,la derubricazione di reati,la volgarità, etc trionfano. Questo è quello che non mi piace del PdL.
Modificabile certamente ma con fatica  e con un cambio generazionale ( tranquillo ci sei dentro per poco ma ci sei dentro)
Come vedi il “pastrocchio†che hai combinato dicendo che la “destra†vuol dire porre al centro l’individuo è proprio e solo un “pastrocchioâ€
Forse  ti ho aiutato a  fare confusione.
Pazienza
Scusa se ti ho fatto perdere qualche voto da Bernabò Brea.
Cosa fa uscire gli elettori e li porta a votare?………..ritrovare fiducia e entusiasmo e chiarezza …tutto qui.

Beppe Damasio

QUALE PAURA A SINISTRA: PERDERE LE ELEZIONI?

disoccupatiQueste ultime due settimane hanno riservato agli Italiani, oltre alle "solite" code estive di uscita e di rientro, anche una sequela di annunci politici, su elezioni anticipate, improbabili governi tecnici, Verdoni del Nord che minacciano, Bianconi del sud che rivelano, e via dicendo, insomma una serie di gossip-politico-istituzionali da far invidia alle più longeve telenovelas brasilero-americane di nota memoria.

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