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Ambiente

Rapporto più saggio con la natura

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Ambiente

Questa estate insana ed imprevedibile sotto il profilo climatico, potrebbe non rappresentare un’eccezione, ma l’inizio di un periodo di forte instabilità meteorologica. E questo è un dato che deve far riflettere le classi dirigenti del pianeta visto che, concentrati su altre priorità, molti governi non sembrano aver compreso appieno la portata sociale ed economica delle catastrofi naturali.
Il mondo di oggi è fortemente interdipendente in tutte le sue funzioni e la crisi russa dei cereali, bruciati sui campi arsi dal più grave incendio della sua storia, i venti milioni di sfollati pakistani sopravvissuti ad un flagello di acqua e fango senza precedenti, come gli ingenti danni registrati nell’Europa centrale per le alluvioni, peseranno non poco sulla ripresa economica e sulla stabilità sociale futura. Urgono politiche appropriate e decisioni urgenti per rimuovere il torpore intellettuale che sembra prevalere in questo periodo confuso, e per farlo bisognerebbe innanzitutto riannodare i fili di quel rapporto virtuoso fra scienza e politica, senza il quale si rischiano di assumere solo ininfluenti decisioni di breve periodo.
Se si tornasse a radicare nel dibattito politico un sano confronto fra le prospettive possibili di sviluppo del genere umano, contaminandolo con le teorie scientifiche più attendibili, potremmo contare su fondamenta solide sulle quali costruire società in grado di fronteggiare meglio domani le troppe contraddizioni di oggi. Un esempio ci viene fornito dalle valutazioni maturate da numerosi climatologi, i quali ritengono che i danni causati dai disastri ambientali sono amplificati a dismisura dalla dilagante presenza antropica rappresentata dalla cementificazione selvaggia e dall’occupazione abusiva di molte porzioni di territorio, viste solo come aree da «sviluppare», ma che in realtà sono soprattutto vie di fuga naturali dei grandi vettori universali, aria ed acqua. Se contro gli effetti «atmosferici» come i fulmini possiamo fare poco (in Italia la scorsa settimana se ne sono registrati  40mila in un solo giorno), le alluvioni dei giorni scorsi nell’Europa centrale, avrebbero fatto molto meno danni se le costruzioni, le infrastrutture e le vie di comunicazione, costruite spesso con l’intento della speculazione, avessero rispettato gli alvei naturali dei corsi d’acqua e fossero state provviste dei più elementari sistemi di sicurezza.
Forse passerà molto tempo prima di poter prevedere con precisione le calamità naturali, provvedendo per tempo a scongiurarne gli effetti più devastanti, ma certamente fin da subito possiamo caratterizzare i segni della nostra presenza sul pianeta in maniera ben più saggia e prudente. Ciò che più stupisce è che una forma di saggezza nei rapporti con la natura esisteva nell’antichità e, pur con una ridotta propensione alla prudenza, ha resistito fino a qualche decennio fa, mentre oggi davvero, si costruisce, si erige, si scava e si realizza ispirati più dall’ardire della sfida alle leggi della natura, che dalla prudenza nei confronti delle sue manifestazioni più estreme.
Ecco quindi che si rivelano indispensabili nuove strategie di sviluppo, ispirate in via preliminare a realizzazioni in ogni campo dell’agire umano, sinceramente compatibili con le leggi fondamentali della fisica e della biologia, le uniche che quando si incaricano di dimostrare la fragilità delle nostre ambizioni, lo fanno spietatamente e senza limiti.
Avvertiamo il mondo piccolo già oggi che la popolazione mondiale è di circa sei miliardi di persone, ed ancor più lo avvertiremo limitato, forse stretto quando ad abitarlo saremo in otto miliardi, fra meno di trent’anni. E se l’odierna interdipendenza portata in dote dai processi di globalizzazione mostra anche il rovescio della medaglia, quando rende vicine nel danno e nello sconforto popolazioni così distanti fra loro, costrette a condividere le inevitabili conseguenze negative, in futuro la situazione non potrà che peggiorare. Ma è pur vero che se danni e dolore corrono veloci, altrettanto veloci corrono la disponibilità ad aiutare il prossimo in difficoltà e la solidarietà verso le comunità colpite, con uno sforzo intenso e gravoso per le finanze pubbliche, ma anche generoso e sensibile per le tasche dei donatori privati.
La macchina della Protezione Civile, sotto ogni bandiera, è sempre più efficiente e costosa. Ed è figlia della cultura dell’emergenza, che serve talvolta a coprire ambiguità ed incapacità di programmazione: non sarebbe quindi meglio concentrarsi sulla prevenzione ed impegnarsi a rendere sempre più compatibile con l’ambiente, la presenza dell’uomo sulla terra? Sarebbe più giusto, salverebbe più vite e costerebbe meno.

Alessandro Leto

Come aprire l'acqua alla gestione del pubblico

Ambiente

Le aziende municipalizzate e i loro utenti/proprietari: il sistema di controllo, le difficoltà della partecipazione, il ruolo dei consumatori, le possibili soluzioni

Acqua pubblica o privata, nell’uno o nell’altro caso è necessario pensare un sistema che permetta una gestione sostenibile. Chi difende la gestione pubblica dell'acqua è a maggior ragione interessato a che questa sia fatta nel modo più efficiente possibile: considerando il fatto che la gestione dell’acqua è simile ad altri beni e servizi a carattere monopolistico come energia elettrica, gas, rifiuti, trasporti ecc; che la gran parte degli enti gestori sono società di diritto privato ma di proprietà pubblica; e infine che il costo individuale è relativamente basso (la tariffa), ma quello collettivo (le tasse), risulta essere alto.
Di seguito, si presenteranno il quadro normativo, gli aspetti positivi e negativi dellÂ’attuale sistema, anche attraverso la nostra esperienza.
La finanziaria del 2008 (L. n. 244, 24/12/07, art. 2, comma 461) stabilisce che al fine di garantire qualità, universalità ed economicità dei servizi gli enti locali devono prevedere: obbligo della redazione della carta dei servizi da parte dell’ente gestore in accordo con le associazioni dei consumatori; la consultazione obbligatoria delle associazioni dei consumatori; verifica periodica con la partecipazione delle associazioni dei consumatori; monitoraggio permanente da parte dell’ente gestore con la partecipazione delle associazioni dei consumatori; istituzione di una sessione annuale di verifica dei servizi tra gli enti locale e di servizio e le associazioni dei consumatori ed infine il costo delle attività sono da addebitare all’ente gestore.
Il sistema di gestione e controllo delle aziende municipalizzate prevede la fornitura di un servizio ad un cliente/utente, allo stesso tempo socio, attraverso i propri rappresentanti che siedono nel Consiglio di Amministrazione.
Infatti, i consiglieri di Amministrazione sono nominati dall’Ambito Territoriale Ottimale (Ato). Nell’Ato siedono i rappresentati dei Comuni dell’Ambito dove si redige il piano di gestione. I rappresentati dell’ambito sono gli assessori, o chi per loro, di riferimento, i quali sono eletti dai cittadini. Quindi, come si evince anche dal grafico, vi è una sorta di rapporto circolare tra cittadini, politici, amministratori delle imprese municipalizzate, clienti/utenti i quali sono i cittadini in un’altra veste1.
Di conseguenza i clienti/utenti/cittadini dovrebbero essere in grado di controllare le società di gestione in due modalità. In quanto cittadini, eleggono gli amministratori che controllano le società. In quanto clienti/utenti attraverso l’acquisto del servizio. Tuttavia essendo un bene necessario ed allo stesso tempo in un sistema di monopolio, è difficile per i clienti/utenti far valere le proprie ragioni. Diviene allora importante il ruolo delle associazioni dei consumatori come sottolineato dalla legge. Infatti, le due figure, elettori e clienti/utenti, se ben individuate, permettono alla cittadinanza di ottenere servizi migliori a un costo individuale e collettivo minori. In altre parole, si potrebbero evitare i problemi derivanti dal controllo politico della gestione. Da qui sorge l’esigenza di formare i cittadini ad una cittadinanza attiva ed i clienti/utenti ad un consumo responsabile e consapevole2.
Quindi, sulla carta è un sistema che potrebbe dare buoni risultati. Tuttavia sappiamo quanto sia difficile realizzare la democrazia partecipativa. Infatti, da una parte i cittadini non sono in grado di controllare gli amministratori (politici ed amministratori delle municipalizzate). Dall’altra parte, i clienti/utenti hanno scarsa conoscenza del sistema. Infine, coloro che sulla carta dovrebbero fare i controllori non lo fanno. Infatti, le associazioni dei consumatori sono troppo deboli mentre i politici, in alcuni casi, sono troppo distanti dalla gestione.
La nostra esperienza insegna che se le associazioni dei consumatori avessero i fondi, cooperassero con gli istituti di ricerca e si impegnassero a far rispettare le attuali normative allora si potrebbero ottenere alcuni risultati. Come? Il primo passo, comparazione dei piani dÂ’ambito, industriali e della carta dei servizi, da parte delle associazioni dei consumatori. LÂ’organizzazione di un tavolo di contrattazione permanente con gli enti gestori dando indicazioni e suggerimenti pratici e puntuali. Nel frattempo, somministrazione periodica di un questionario ai cittadini sul grado di conoscenza e soddisfazione dei servizi offerti.
Dalla nostra indagine risulta che gran parte dei clienti/utenti ha una scarsa conoscenza dei piani di ambito ed industriale, tipologia di imprese di gestione, dell’esistenza di una carta dei servizi, della modalità di calcolo delle tariffe ed infine delle eventuali agevolazioni. E soprattutto, è emerso che i meno informati sono i soggetti più deboli vale a dire anziani e meno scolarizzati3. Quindi, è importante che le associazioni dei consumatori si impegnino ad informare e sensibilizzare i cittadini/clienti/utenti.
Per fare ciò, le associazioni dei consumatori devono essere poste nella condizione di poterlo fare ed è compito dell’Ato lo stanziamento dei fondi annuali necessari per svolgere tali attività. Infatti, se fossero gli stessi enti gestori a svolgere la verifica, come a volte accade, si rischierebbe un conflitto di interessi mentre se gli enti gestori si limitassero a finanziare le associazioni, in questo caso si rischierebbe invece una commistione tra controllore e controllato.
Infine, il testo di legge, sottolinea l’importanza del consenso o valutazione delle associazioni dei consumatori sul servizio reso. Questo è il vero prezzo che paga l’ente gestore, in caso di cattiva gestione. Infatti, in questo caso, le associazioni dei consumatori possono rifiutare di sottoscrivere la carta dei servizi così come il piano industriale presentati dall’ente gestore. Ciò dovrebbe o potrebbe pregiudicare il rinnovo del contratto da parte dell’Ato.
Dalla nostra esperienza, si dimostra che il meccanismo ideato (finanziaria del 2008) è una buona base di partenza ma vanno apportate alcuni accorgimenti. Tuttavia, si sottolinea che, nel nostro caso, la vicinanza del rinnovo del contratto di servizio, ha permesso di raggiungere dei risultati inaspettati. Quindi, il contratto di gestione deve essere di una durata sufficientemente ampia per permette una valutazione complessiva, allo stesso tempo, garantire all’ente gestore il tempo necessario per effettuare gli investimenti e goderne i frutti. Tuttavia, un tempo non troppo ampio perché in quel caso il deterrente risulterebbe poco efficace.
Note
1Infatti, sono gli amministratori locali che definiscono le regole di gestione del servizio attraverso il piano dÂ’ambito e sono gli stessi amministratori che nominano i membri del Consiglio di Amministrazione, gli amministratori delegati e i presidenti. Di conseguenza gli amministratori pubblici sono fortemente responsabili circa il servizio reso ai clienti/utenti.
2In linea di principio, a nostro avviso, sarebbe importante che i piani d’ambito siano presentati, discussi ed elaborati con la cittadinanza. I piani industriali discussi con le associazioni dei consumatori e successivamente presentati alla cittadinanza. Infine le carte dei servizi dovrebbero essere “elaborate” dalle società dei servizi in collaborazione con le associazioni dei consumatori. Un ultimo aspetto, ma non secondario, riguarda il monitoraggio dei servizi e dell’impianto complessivo del sistema circolare, per renderlo più efficace ed efficiente, è necessario il coinvolgimento dei ricercatori.
3Se c’è una cosa che l’economia ci ha insegnato in questi ultimi decenni è l’importanza delle informazioni e soprattutto quanto esse siano asimmetriche nel tempo e tra gli individui.

 da sbilancianoci.it

Apologia dello scarabeo che ricicla i rifiuti

Ambiente

Nel gran discorrere che si fa continuamente sui rifiuti emerge continuamente la raccomandazione di procedere alla “raccolta differenziata”. Con questo termine si intendono delle azioni dirette a separare, dai rifiuti misti, quelle componenti suscettibili di essere sottoposte a riciclo, cioè alla trasformazione di nuovo in merci utilizzabili, una operazione del resto indicata come obbligatoria dalla legge europea e italiana sul trattamento dei rifiuti. Tale legge impone al primo punto l’obbligo di diminuire la massa dei rifiuti e al secondo punto l’obbligo di recuperare i materiali presenti nei rifiuti. I rifiuti --- per il momento mi riferisco ai rifiuti solidi urbani, la cui massa ammonta, in Italia, a circa 40.000 milioni di chilogrammi all’anno, il che significa che ogni persona, in media, produce ogni anno una massa di rifiuti corrispondente a oltre sei volte il proprio peso --- sono miscele molto variabili di merci usate: dagli imballaggi di plastica, vetro, alluminio, ferro, ai residui di alimenti, ai giornali e alla carta e cartoni usati, a indumenti usati, e innumerevoli altre cose, come è facile osservare guardando il flusso quotidiano di sacchetti che arrivano ai cassonetti (dove ci sono). Almeno la metà di questi oggetti potrebbe essere trattata per recuperare la materia che essi contengono, col che si avrebbero molti vantaggi: si dovrebbe estrarre e usare meno petrolio, metalli, prodotti agricoli e forestali, tutti beni naturali scarsi, si diminuirebbe l’inquinamento delle acque e del suolo e dell’aria, si darebbe lavoro a migliaia di persone. Il recupero dei materiali dai rifiuti presuppone la raccolta separata delle varie frazioni di materiali presenti nei rifiuti --- carta tutta insieme, vetro tutto insieme, plastica tutta insieme, eccetera --- e l’avvio dei materiali omogenei ad apposite industrie che trasformano le varie frazioni in nuovi materiali.
Il successo dei processi di riciclo dipende innanzitutto dalla conoscenza della natura e composizione dei materiali di partenza. Mentre esiste una (abbastanza accurata) merceologia della carta, della plastica, dei metalli, si sa molto poco della composizione delle innumerevoli sostanze presenti nelle merci usate. Per esempio: la carta dei giornali è costituita in gran parte da cellulosa, ma contiene anche molte altre sostanze, collanti, additivi e, soprattutto inchiostro al quale è affidata l’informazione che il giornale distribuisce. Se esistesse una macchina magica capace di separare la cellulosa dagli additivi e dagli inchiostri, sarebbe facile recuperare cellulosa adatta per nuovi fogli di carta; senza tale macchina, per il recupero della cellulosa riutilizzabile bisognerebbe avere informazioni chimiche precise sui diversissimi additivi e inchiostri presenti nei molti milioni di tonnellate di carta da giornali che vengono usati ogni anno in Italia. Attualmente dal riciclo di un chilo di carta da giornali si recupera molto meno di un chilo di cellulosa adatta per nuova carta, e si formano alcune centinaia di grammi di fanghi in cui sono concentrate le sostanze estranee alla cellulosa. Il riciclo diventa più difficile se fra la carta straccia finiscono imballaggi contenenti sostanze cerose o plastiche.
 Prendiamo il vetro: le innumerevoli bottiglie di vetro in circolazione contengono gli ingredienti di base del vetro, dei silicati di calcio e di sodio, ma anche sostanze coloranti; da un chilo di rottami di vetro bianco si ottiene, per fusione e riciclo, quasi un chilo di vetro bianco, ma dai rottami di vetro misto colorati non solo non si recupera più vetro bianco, ma si ottengono vetri colorati di minore valore merceologico. Bisogna inoltre stare attenti che fra i rottami di vetro da riciclare non finiscano dei rottami di vetro delle lampade fluorescenti o dei video dei televisori che contengono sostanze tossiche. E ancora: se si avessero dei rifiuti di plastica costituiti da una sola materia --- polietilene, pvc (cloruro di polivinile), PET (poletilen-tereftalato), eccetera --- sarebbe possibile rifonderli e ottenere nuovi oggetti della stessa materia, ma quando siamo in presenza di miscele di varie materie plastiche è possibile al più ottenere oggetti di plastica di limitato valore, come piastrelle da pavimenti o paletti.
La salvezza dalla crisi dei rifiuti va quindi cercata nel rispetto della legge; nella progettazione di oggetti adatti per essere riciclati e nello sviluppo di tecniche e processi per separare e ritrattare con successo le varie frazioni di materie presenti nei rifiuti. A tal fine è centrale il ruolo della chimica e della merceologia, a cominciare dalla analisi degli oggetti in commercio e di quelli che finiscono nei rifiuti. Nel 1970 scrissi un articolo in cui sostenevo che un capitolo della mia materia, la Merceologia, avrebbe dovuto occuparsi di “rifiutologia”; tutti mi presero in giro, ma forse proprio ad una scienza, chimica, merceologia e tecnologia dei rifiuti bisogna rivolgersi se si vuole uscire dalle attuali trappole. I costi, i dolori, i conflitti che stiamo sperimentando da anni, il ridicolo che cade sullÂ’Italia, possono essere alleviati soltanto con innovazione, ricerca e tecnica, e con lÂ’informazione e conoscenza degli oggetti, a cominciare dalla scuola dove la rinata “Tecnologia”, obbligatoria nei tre anni della secondaria inferiore, ben si presta ad una educazione merceologica e Â… rifiutologica. 
Magari guardando a quanto avviene in natura dove le operazioni di riciclo delle scorie permettono di conservare la vita dei campi e degli animali. Propongo anzi alle aziende dei rifiuti di adottare come simbolo il paziente scarabeo: non so se lo avete mai visto al lavoro: non è bello e sembra sempre alle prese con qualcosa da fare; non appena trova dei rifiuti organici se ne impossessa e comincia a farli rotolare fino a quando non hanno raggiunto la forma di palline da ping-pong, e intanto si nutre di una parte delle molecole che essi contengono e alla fine trasporta queste palline, ormai ridotte a cellulosa e lignina, nella sua tana per poter finire di mangiarle con calma. Lo scarabeo vive, insomma, alleviando il lavoro e i costi delle aziende di raccolta e trattamento dei rifiuti e, nel suo piccolo, lo fa bene, senza discariche, senza CDR e senza inceneritori.  

Giorgio Nebbia


 

Uno sviluppo con le gomme a terra

Ambiente

Le scelte della “green economy” hanno un senso positivo solo se nel quadro di un completo ribaltamento della logica del sistema. Il manifesto, 20 giugno 2010

Dobbiamo un caloroso ringraziamento a Guido Viale. Mentre nessuno - anche tra i pochi che continuano a resistere - sembra intravedere un'alternativa a quella sorta di Tempi moderni in forma di contratto aziendale, proposto da Marchionne ai lavoratori di Pomigliano; mentre un gruppo di economisti di sinistra audacemente propone una tassazione a carico di rendite e capitali, ma al fine di assicurare forte ripresa e stabile sviluppo, quale unica garanzia di occupazione; Viale afferma che il "piano A" previsto per Pomigliano (cioè produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno) è inattuabile: il mercato europeo non tirerà affatto come si vorrebbe e anche Marchionne lo sa. (il manifesto, 16 giugno, p. 1-10)

Il fatto è - spiega tranquillamente Viale - che «l'auto è un prodotto obsoleto, che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: tirano per ora solo i paesi emergenti, fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi». E però «è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa. L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi: tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti».

Troppo semplice? Semplicistico? Ma a volte è questo il modo migliore per imporre idee che soltanto qualche inascoltato temerario ha il coraggio di formulare. Alla sua maniera diretta e spiccia, Viale della crisi ecologica planetaria, e dell'urgenza di affrontarla e possibilmente risolverla, dice sostanzialmente tutto. A partire dai governi che «continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita, e stanno riportandoci all'età della pietra»; che buttano miliardi «nel pozzo senza fondo delle rottamazioni», mentre orientano cospicui «flussi finanziari a cementificare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città e impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni rendendo sempre più sterili i suoli agricoli»; che insistono nel disattendere le direttive di Kyoto pagando di conseguenza cospicue penali.

Debbo dire però che, se questa denuncia di una situazione-limite, e però radicata su un fatto inoppugnabile e tremendo come l'incombente catastrofe ecologica, mi pare quanto mai utile, un po' meno mi convincono le soluzioni - alcune almeno - che Viale propone. Le fonti di energia rinnovabile come alternativa alle energie fossili, innanzitutto. Non perché non abbiano una loro valenza positiva, e non è un caso che siano nate in ambito ambientale, pensate come alternativa alle energie fossili non solo estremamente inquinanti, e infatti tra le cause prime del mutamento climatico, ma in via di rapido esaurimento. Non può però non sollevare interrogativi il fatto che la proposta con entusiasmo venga fatta propria e rilanciata dal sistema, ai fini di una green economy, capace di imporsi sui mercati come green business, con alta green competitivity, al fine della più robusta "green growth", ecc. Cioè per la continuità dell'attuale logica produttivistica, quella che Viale giustamente indica come causa prima del dissento ambientale. Non intendo negare l'utilità di queste nuove tecniche, ma credo che possano risultare davvero efficaci solo all'interno di una mutata logica produttiva, come quella che appunto Guido Viale auspica.

L'altra affermazione di Viale su cui ho qualche riserva, è che la conversione ecologica si costruisca dal basso, sul territorio: «fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città», come «il prodotto di mille iniziative dal basso». Non c'è dubbio che tutto ciò sia frutto di una sensibilità al pericolo ambiente ormai largamente presente a tutti i livelli, ma soprattutto forse proprio tra i ceti popolari; e questo certo può costituire l'humus più fertile per lo sviluppo di forze e politiche impegnate nella difesa dell'ambiente. Non so però se tutto ciò di per sé possa rappresentare la soluzione di un problema di portata planetaria. determinante per l'equilibrio di tutti i paesi, quale la sempre più terrificante crisi ecologica. Un mondo oggi definito e sostanzialmente governato dalla globalizzazione. Innanzitutto globalizzazione economica: conseguenza dell'evolversi e dilatarsi del capitalismo, che dovunque ha portato i suoi prodotti e i suoi modi di produzione. Ed è certo anche globalizzazione culturale, che il continuo potenziamento dei mezzi di comunicazione, la crescita del turismo di massa, la velocità dei sistemi di trasmissione microelettronica, rendono sempre più penetrante e determinante di modi e modelli di vita, e della loro omogeneizzazione. Non esiste però una globalizzazione politica: una mancanza di cui si avverte ormai urgente il bisogno, innanzitutto proprio ai fini della salvaguardia dell'equilibrio ecologico; quello almeno che ne rimane.

Compito immane, certo, ma forse non impossibile. Che potrebbe (dovrebbe?) far proprio anche quello che Viale indica come primo impegno di riconversione ecologica della produzione: cioè gli armamenti, cui dovrebbe seguire l'automobile. E proprio l'importanza strategica del tema "armamenti" esigerebbe una convergenza di consultazioni e delibere a livello planetario. Come dire, una sorta Bretton Woods del XXI secolo...

Utopia? In qualche modo sì. Ed è quello che sempre si rinfaccia a chiunque avanzi ipotesi del genere. La guerra è sempre esistita: questa è l'obiezione immediata. Ma è anche vero che la storia è fatta di cose che prima non c'erano, e di molte altre, durate per secoli e millenni, poi irrecuperabilmente finite. E poi: una crescita produttiva continua, senza limiti di tempo né di quantità, non è un'utopia? Una tremenda utopia negativa?

Resta tuttavia un altro interrogativo, di importanza cruciale: chi, quale soggetto politico o istituzionale, sarebbe oggi in grado di affrontare tale impegno e farsene carico? Secondo logica e storia, toccherebbe alle sinistre: le quali - anche se nessuno pare ricordarsene - sono nate per combattere il capitalismo. Ma è credibile che le sinistre attuali, quello che ne resta, trovino spinta sufficiente a recuperare quell'obiettivo? Basterebbe il coraggio di guardare la realtà, come suggerisce Viale, per concludere con lui: «Si tratta di dire, saper dire, che cosa si vuole»?

Autore: Ravaioli, Carla

I limoni in fiore amati da Goethe finiti sotto una colata di cemento

Ambiente

«La colata»: Un libro da leggere, per comprendere meglio ciò che vediamo, e magari per combatterlo. Corriere della sera, 11 giugno 2010

«Conosci la terra dei limoni in fiore, / dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, / dal cielo azzurro spira un mite vento, / quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse?», chiedeva estasiato Wolfgang Goethe. No, quell’Italia lì non la conosciamo più, rispondono gli autori di «La colata». Troppo cambiata, devastata, violentata. Dai grandi speculatori, dalla cialtroneria egoista di milioni di singoli individui decisi a fare ciascuno il proprio abuso nell’indifferenza per le regole, dal cinismo di migliaia di amministratori locali disposti a svendere anche il più bel paesaggio del pianeta in cambio di un pugno di voti.

Gela il sangue, la lettura de «La colata», il reportage collettivo edito da Chiarelettere da oggi in libreria e firmato da Andrea Garibaldi («Corriere della Sera»), Antonio Massari («Il Fatto»), Marco Preve («Republica»), Giuseppe Salvaggiulo («La Stampa») e Ferruccio Sansa, lui pure de «Il Fatto». Gela il sangue perché, certo, riconosce che certe aree sottoposte a tutela hanno faticosamente conservato la loro meravigliosa fisionomia e che qua e là si battono per «il bello» migliaia di comitati, associazioni, gruppi e singoli cittadini generosi e ostinati, ma dimostra anche un dato incontrovertibile. L’assalto forsennato, bulimico, insaziabile al la cui fetta più grossa, circa 830.000 metri cubi, se la mangia una variante per l’area industriale di Bellaria dove si trova lo stabilimento Novartis. Si, proprio quello del famoso vaccino contro l’influenza suina».

Dagli orrori (con risvolti camorristici) di Monterusciello, la prima e sgangherata «new town» italiana, tirata su a Pozzuoli dopo il bradisismo del 1983, alla Modena di stampo rosso-emiliano: «L’architetto ed ex dirigente comunale Ezio Righi ha denunciato che oltre un milione e mezzo di metri quadrati di territorio agricolo dislocati nella zona sud, fino all’autostrada, sarebbero passati di mano recentemente e a prezzi non rapportati all’attuale destinazione d’uso. I compratori — ha detto Righi durante un convegno di Italia Nostra— sarebbero imprese legate alla Lega delle cooperative, imprese collegate ai consorzi edili privati e singoli artigiani».

Tema: non è insensato esaltare tutti i giorni il fascino dell’Italia e insieme insistere sul cemento, sui condoni edilizi, sulla politica del «laissez-faire» lasciando distruggere quotidianamente un pezzo del nostro paese? Dicono i numeri che il turismo rappresentava non molto tempo fa quasi il 12° del Pil e dava lavoro a 2 milioni e mezzo di persone. Ma la nostra quota, che nel 1970 ci vedeva primi al mondo, è via via scesa sotto il 5% del mercato mondiale. La classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo ci ha visti nel 2009 (annus horribilis) piazzati a 43,2 milioni di arrivi contro i 50,9 della Cina, i 52,2 della Spagna, i 54,9 degli Stati Uniti e i 74,2 della Francia.

C’è di peggio: secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2009 del World Economic Forum, la nostra competitività turistica, rispetto dell’immenso patrimonio culturale, paesaggistico, enogastronomico, ci vede solo al 28° posto, dopo paesi come l’Estonia o Cipro che quel che hanno lo sanno sfruttare meglio. Sono gli altri che non ci capiscono o siamo noi che stiamo buttando via, anche esagerando col cemento (si pensi alla bella provincia vicentina nell’ultimo mezzo secolo: +32% gli abitanti, +324% la superficie urbanizzata) quelle ricchezze naturali e artistiche che ci eravamo ritrovati in dono?

Questo è l’allarme che lanciano Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo e Sansa: «Se non si ferma la colata di cemento l’Italia non sarà più il Belpaese. I danni saranno irreversibili». Un incubo eccessivo? Non pare, a leggere il capitolo dedicato alle interpretazioni del Piano casa da parte di tante Regioni italiane, di destra e di sinistra. O quello che ricostruisce una ad una le megalomanie di quelle amministrazioni disposte a sventrare anche la campagna più ricca per costruire un nuovo circuito automobilistico o motociclistico al quale agganciare una nuova speculazione edilizia. O ancora quello dove si racconta del modo in cui una notte, a Sanremo «una zona di 72 ettari che era stata classificata come "frana attiva" da Alfonso Bellini, uno dei geologi piu noti d’Italia, con un tratto di colore diventa edificabile» nonostante tutti avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre». Un solo voto contrario, di un leghista: «Per la redazione dei piani di bacino la Provincia si rivolge a professionisti privati. Bravi, bravissimi, per carità, ma sono gli stessi che poi magari progettano operazioni immobiliari o porti turistici...». Indimenticabile il commento dell’Udc Luigi Patrone: «Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto nemmeno a giocare». Ecco il nodo: l’aggressione non viene solo dall’abusivismo fuorilegge. Viene anche da politiche urbanistiche suicide votate a maggioranza, «regolari», con le «pezze d’appoggio».

Ne vale la pena? Ne vale davvero la pena? Prima di rispondere, merita di essere riletta la relazione della commissione incaricata nel 1966 dal Comune di Napoli di studiare il sottosuolo: «Una lava di case ha sommerso Napoli, incredibilmente. Le colline sono state aggredite, il verde distrutto, i luoghi sconvolti dalla speculazione edilizia. A chi viene dal mare la città si presenta ormai come un grottesco presepe di cemento, aggrappato a una brulla dorsale tufacea». Per quanti pezzi di Italia si potrebbero oggi scrivere le stesse parole?


Autore: Stella, Gian Antonio

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CRISTINA D'AVENA IN CONCERTO

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Per non smettere mai di sognare. 13 febbraio 2010GenovaParte il nuovo spettacolo itinerante con Cristina D'Avena e Giangi Paris! Primo appuntamento: Ore 17.30 - Centro Commerciale Fiumara - Via Fiumara, 15/16 - Genova Loredana ...

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