Ambiente
Questa estate insana ed imprevedibile sotto il profilo climatico, potrebbe non rappresentare un’eccezione, ma l’inizio di un periodo di forte instabilità meteorologica. E questo è un dato che deve far riflettere le classi dirigenti del pianeta visto che, concentrati su altre priorità , molti governi non sembrano aver compreso appieno la portata sociale ed economica delle catastrofi naturali.
Il mondo di oggi è fortemente interdipendente in tutte le sue funzioni e la crisi russa dei cereali, bruciati sui campi arsi dal più grave incendio della sua storia, i venti milioni di sfollati pakistani sopravvissuti ad un flagello di acqua e fango senza precedenti, come gli ingenti danni registrati nell’Europa centrale per le alluvioni, peseranno non poco sulla ripresa economica e sulla stabilità sociale futura. Urgono politiche appropriate e decisioni urgenti per rimuovere il torpore intellettuale che sembra prevalere in questo periodo confuso, e per farlo bisognerebbe innanzitutto riannodare i fili di quel rapporto virtuoso fra scienza e politica, senza il quale si rischiano di assumere solo ininfluenti decisioni di breve periodo.
Se si tornasse a radicare nel dibattito politico un sano confronto fra le prospettive possibili di sviluppo del genere umano, contaminandolo con le teorie scientifiche più attendibili, potremmo contare su fondamenta solide sulle quali costruire società in grado di fronteggiare meglio domani le troppe contraddizioni di oggi. Un esempio ci viene fornito dalle valutazioni maturate da numerosi climatologi, i quali ritengono che i danni causati dai disastri ambientali sono amplificati a dismisura dalla dilagante presenza antropica rappresentata dalla cementificazione selvaggia e dall’occupazione abusiva di molte porzioni di territorio, viste solo come aree da «sviluppare», ma che in realtà sono soprattutto vie di fuga naturali dei grandi vettori universali, aria ed acqua. Se contro gli effetti «atmosferici» come i fulmini possiamo fare poco (in Italia la scorsa settimana se ne sono registrati 40mila in un solo giorno), le alluvioni dei giorni scorsi nell’Europa centrale, avrebbero fatto molto meno danni se le costruzioni, le infrastrutture e le vie di comunicazione, costruite spesso con l’intento della speculazione, avessero rispettato gli alvei naturali dei corsi d’acqua e fossero state provviste dei più elementari sistemi di sicurezza.
Forse passerà molto tempo prima di poter prevedere con precisione le calamità naturali, provvedendo per tempo a scongiurarne gli effetti più devastanti, ma certamente fin da subito possiamo caratterizzare i segni della nostra presenza sul pianeta in maniera ben più saggia e prudente. Ciò che più stupisce è che una forma di saggezza nei rapporti con la natura esisteva nell’antichità e, pur con una ridotta propensione alla prudenza, ha resistito fino a qualche decennio fa, mentre oggi davvero, si costruisce, si erige, si scava e si realizza ispirati più dall’ardire della sfida alle leggi della natura, che dalla prudenza nei confronti delle sue manifestazioni più estreme.
Ecco quindi che si rivelano indispensabili nuove strategie di sviluppo, ispirate in via preliminare a realizzazioni in ogni campo dell’agire umano, sinceramente compatibili con le leggi fondamentali della fisica e della biologia, le uniche che quando si incaricano di dimostrare la fragilità delle nostre ambizioni, lo fanno spietatamente e senza limiti.
Avvertiamo il mondo piccolo già oggi che la popolazione mondiale è di circa sei miliardi di persone, ed ancor più lo avvertiremo limitato, forse stretto quando ad abitarlo saremo in otto miliardi, fra meno di trent’anni. E se l’odierna interdipendenza portata in dote dai processi di globalizzazione mostra anche il rovescio della medaglia, quando rende vicine nel danno e nello sconforto popolazioni così distanti fra loro, costrette a condividere le inevitabili conseguenze negative, in futuro la situazione non potrà che peggiorare. Ma è pur vero che se danni e dolore corrono veloci, altrettanto veloci corrono la disponibilità ad aiutare il prossimo in difficoltà e la solidarietà verso le comunità colpite, con uno sforzo intenso e gravoso per le finanze pubbliche, ma anche generoso e sensibile per le tasche dei donatori privati.
La macchina della Protezione Civile, sotto ogni bandiera, è sempre più efficiente e costosa. Ed è figlia della cultura dell’emergenza, che serve talvolta a coprire ambiguità ed incapacità di programmazione: non sarebbe quindi meglio concentrarsi sulla prevenzione ed impegnarsi a rendere sempre più compatibile con l’ambiente, la presenza dell’uomo sulla terra? Sarebbe più giusto, salverebbe più vite e costerebbe meno.
Alessandro Leto
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